STORIES 

La fine della storia?

Le elezioni americane del 2024, Donald Trump e la crisi del modello occidentale

LORENZO COSTAGUTA
26/04/2024

 


È diventata una banalità affermare che Francis Fukuyama aveva torto, quando teorizzava a fine Guerra Fredda che la storia fosse “finita” con il crollo dell’Unione Sovietica. E a rileggerlo oggi, in effetti, il saggio che uscì nell’estate del 1989 su National Interest mostra i segni del tempo. Dopo una lunga premessa filosofica, Fukuyama elencava le ragioni per cui una ad una tutte le potenze emergenti globali si sarebbero incanalate verso un percorso di sviluppo caratterizzato non solo da un’economia di stampo capitalista ma anche da un sistema politico democratico-liberale incentrato sul rispetto dei diritti civili individuali. Che i due esempi principali di questa trasformazione in itinere siano Cina e Russia dà l’idea di quanto sballata fosse l’analisi di Fukuyama. Guardandolo a posteriori, non è difficile capire perché l’articolo sia diventato in qualche modo simbolo dell’arroganza con cui gli Stati Uniti si sono approcciati alla gestione della politica globale nei decenni successivi alla fine della Guerra Fredda, specialmente nel post-11 settembre.

Ma la premessa filosofica su cui si appoggiava la tesi di Fukuyama era ben più interessante della semplicistica analisi politica proposta. L’idea alla base della sua tesi si rifaceva al pensiero di George Wilhelm Friedrich Hegel e del suo interprete novecentesco Alexandre Kojève. La fine della storia, per Fukuyama, non si riferiva all’interrompersi degli eventi storici, ma al giungere al momento supremo di sviluppo di un’idea politica tramite la soluzione di tutte le sue contraddizioni interne. Nel 1989, Fukuyama recuperava l’Hegel della Filosofia dello Spirito, tirandolo fuori dalle pastoie in cui lo aveva spinto l’anti-hegelismo marxiano di stampo sovietico. Se per Marx il rapporto tra spirituale e materiale teorizzato da Hegel andava capovolto in favore del materiale, ora che il comunismo – e con lui il marxismo – erano falliti ci si doveva dedicare a un’analisi che superasse la prospettiva materialista per recuperare la centralità dell’ideologia. Per Hegel, la storia era “finita” nel 1806, quando Napoleone aveva vinto la battaglia di Jena e aveva avviato la diffusione degli ideali della Rivoluzione Francese in Europa. Erano quegli ideali di libertà e uguaglianza, per Hegel, il risolversi ultimo delle tensioni spirituali che avevano caratterizzato la storia del mondo dalle origini fino al suo tempo. Alla fine della Guerra Fredda, Fukuyama non solo proponeva di identificare il 1989 come un momento “hegeliano” di soluzione di tensioni ideali. Ma poneva una domanda più pratica e circostanziata: con il fallimento conclamato del sistema comunista sovietico, può il contesto politico globale attuale produrre un sistema alternativo rispetto alla democrazia liberale, accompagnata a un’economia capitalista, per permettere all’umanità di vivere appieno i più fondamentali ed importanti diritti civili individuali affermatisi come valori universali dopo la Seconda guerra mondiale?

In occasione del terzo anniversario dell’assalto a Capitol Hill, il New York Times ha pubblicato un lungo articolo a firma del comitato editoriale intitolato A Warning about Donald Trump and 2024. Si tratta di una presa di posizione di rara durezza, per un quotidiano sempre alla ricerca di un’analisi equilibrata, distaccata e per lo più super-partes come il Times. I giornalisti del Times scrivono che Trump è un candidato che «non offre ai votanti niente che assomiglia a una normale opzione Democratica o Repubblicana, conservatrice o liberal, sostenitrice del big o dello small government.» La sua presidenza e il suo comportamento dopo la sconfitta del 2020 dimostrano la sua totale inaffidabilità politica, il suo completo disinteresse per le istituzioni democratiche e la sua povera caratura morale e personale. L’articolo si chiude con parole inequivocabili: «rieleggere Trump comporterebbe seri pericoli per la nostra repubblica e per il mondo. Questo non è il momento di chiamarsi fuori, ma piuttosto di darsi da fare. Chiediamo agli americani di mettere da parte le loro differenze politiche, le loro rimostranze e le loro appartenenze politiche e di contemplare – come famiglie, come congregazioni, come gruppi pubblici e privati, e come individui – la reale grandezza della scelta che faranno a novembre.»

Il New York Times descrive uno stato di preoccupazione che caratterizza non solo gli Stati Uniti, ma il mondo intero. Che cosa succederebbe se Trump fosse rieletto? Quel Trump che ha già cercato in ogni modo di sovvertire il legittimo risultato delle elezioni presidenziali del 2020, e che ancora oggi non l’ha riconosciuto? Quel Trump che si è rifiutato di escludere che si comporterà in maniera autoritaria qualora dovesse essere rieletto, e che ha già i piani pronti per far fuori chi nelle istituzioni federali proverà a ostacolarlo? Quel Trump che ha già in mente di lasciare l’Ucraina alla Russia e di ritirarsi dalla NATO? Quel Trump la cui elezione metterebbe a serissimo rischio l’intera tenuta dell’architrave costituzionale americana, dando a sua volta manforte a chi, in giro per il mondo, diversi sistemi democratici li ha già messi nel mirino da un pezzo?

Il progetto di America Anno Zero ha come sottotitolo «un’elezione alla fine della storia». Ma se quando parliamo dell’elezione del 2024 ci viene in mente «la fine della storia», le ragioni per cui la citiamo non sono quelle indicate da Fukuyama. Al contrario.

In realtà, mettere la tesi di Fukuyama e la situazione attuale in parallelo serve piuttosto a rivelare una caratteristica ben precisa del periodo che stiamo vivendo. Se collocato nell’orizzonte politico disegnato da Fukuyama subito dopo la Guerra Fredda, Trump ne rappresenta forse il punto di distanza – e di fallimento – massimo. A ben pensarci, negli ultimi trent’anni la storia sembra essersi mossa nella direzione opposta a quella teorizzata da Fukuyama. Invece che verso un’uniformizzazione della politica globale, caratterizzata da un accordo generalizzato su sistema economico (il capitalismo) e politico (la democrazia liberale) di riferimento, siamo andati verso una marcata differenziazione dei sistemi economici, politici e sociali. Invece di grandi ideologie, ci troviamo in un mondo spezzettato, polverizzato e frammentario. Invece che una nazione o un blocco a far da leader incontrastato, abbiamo un mondo multipolare e tante leadership ammaccate.

Una possibile elezione di Donald Trump mina l’ultimo fondamento rimasto dell’edificio intellettuale di Fukuyama. L’idea che democrazia liberale e capitalismo siano il modello di riferimento per l’occidente – e per il resto del mondo – è colpita al cuore dalla prospettiva che un leader che ha fatto mercé del rispetto delle più basilari norme di comportamento politico sia rieletto presidente degli Stati Uniti. Trump è la nemesi del modello democratico-liberale-capitalista erto ad esempio globale. Con il suo approccio autoritario, la sua ignoranza di ogni grammatica istituzionale, i suoi conflitti d’interesse, la sua inesistente dottrina in campo internazionale, Trump è l’incarnazione del caos che sembra attanagliare questo confuso periodo di transizione. Se pensiamo a un’elezione di Trump, non sappiamo prevedere che cosa succederà un minuto dopo la sua vittoria. Trump evoca la «la fine della storia» perché sembra sovvertire le categorie di analisi che ci hanno accompagnato negli ultimi decenni, senza offrirci nessun appiglio per rimpiazzarle.

Nel 2024, a venticinque anni di distanza dall’uscita di The End of History?, la risposta alla domanda che si poneva Fukuyama rimane sempre la stessa: non esiste un sistema migliore della imperfettissima e debole democrazia liberale per garantire il rispetto dei diritti politici, sociali e civili universali. Il problema, piuttosto, è che da allora ci siamo mossi a passo di gambero: il paese che si proponeva di ergere quel modello a dottrina globale non solo ha fallito nella sua missione di esportarne i principi, ma rischia di eleggere un candidato che ha fatto della distruzione di quei principi il suo orizzonte politico. La «la fine della storia» che vogliamo discutere qui su America Anno Zero, allora, non è il risolversi di tutte le contraddizioni in un modello «napoleonico» di trionfo ideale, quanto piuttosto il possibile esplodere di queste contraddizioni che una potenziale elezione di Trump sembra portare con sé. Una prospettiva che indica quanto sia in ballo nelle elezioni di novembre.